Origine del Comune di Crispiano “Storie e Racconti”

                                 

Nell’ambito delle celebrazioni del centenario dell’autonomia del paese, ha avuto luogo, nel piazzale della biblioteca “Carlo Natale”, un incontro pubblico, in cui sono intervenuti gli storici Domenico Blasi, Pietro Speziale, Giorgio Sonnante. La manifestazione , seguita con interesse da un numeroso pubblico,  è stata organizzata dall’assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca civica. Ad allietare la serata, sono intervenuti il maestro Palmo Liuzzi e il “Rua Catalana quartet”. Hanno presentato e coordinato la serata Anna De Marco e Michele Vinci, noto artista e autore di poesie  in dialetto crispianese, che ha letto alcune sue composizioni. Sono intervenuti, per un saluto istituzionale, il sindaco Luca Lopomo e l’assessore alla Cultura  Aurora Bagnalasta. Si è parlato del nostro “paesello”, che affonda le sue radici nell’agricoltura, nel latifondo dei galantuomini, nelle masserie, nei villini della ricca borghesia, nel patrimonio  rupestre delle case grotte, lungo il Vallone, cuore del paese, che a fine 1800 contava 4000 anime, come ha ricordato Anna Mancini, responsabile dei servizi culturali della  Biblioteca. Lo studioso Nico Blasi ha ricordato, innanzitutto, l’impegno e la passione di studioso locale del compianto Angelo Carmelo Bello, suo amico e collaboratore, di cui ha invitato ad onorare la memoria. Si è poi soffermato sull’idea di “identità comunitaria”, su cui i cittadini di Crispiano dovrebbero riflettere, in occasione del centenario. “Siamo oggi quello che siamo stati”. Cento anni fa veniva definito l’ambito territoriale di Crispiano, ponendo le basi per la crescita di una comunità sempre più consapevole della propria identità, della crispianesità. Consapevolezza che va rafforzata attraverso lo studio dei documenti, delle testimonianze. Occorre preservare la memoria del passato, ricordando che gli studiosi  parlano di una comunità organizzata, già dal 1730, nata dalla fusione con  famiglie di diversa provenienza, Martina, Massafra, Alberobello. Una comunità crispianese che nel corso di un secolo è cresciuta con l’arrivo di famiglie altoborghesi di Taranto che, attirati dall’aria salubre che si resiprava nel territorio, costruivano  i loro villini o le loro masserie, le quali non sono state solo costruzioni rurali, ma gangli vitali dello sviluppo economico della comunità. Ma non solo possesso signorile, il territorio divenne anche  proprietà di ordini monastici tarantini e martinesi, che certamente hanno alimentato lo spirito religioso e devozionale degli abitanti. Lo dimostra la presenza delle cappelle all’interno delle masserie. Un centinaio, valorizzate con l’operazione culturale di Michele Annese, direttore della Biblioteca e del fotografo modenese Romano Gualdi. Operazione  culturale compiutasi con la mega manifestazione  del 1988, amministrazione Scialpi, in cui fu presentato il Catalogo delle 100 masserie. Una piccolo borgo in cui ogni famiglia sopraggiunta portava, in questo territorio, l’identità del proprio luogo d’origine, e tutte insieme hanno dato vita ad una “comunitas”, con una sua nuova e specifica identità. Una comunità che nel 1826 si raccoglieva in preghiera all’interno della chiesetta di s. Maria, lungo il Vallone, dove poi arrivò un cappuccino martinese, don Michelangelo Lamanna, a presiedere le cerimonie religiose. “Chi sono i nostri antenati?” questo va rivalutato, ha concluso Blasi, questa specificità va salvaguardata. Questa comunità che non aveva una guardia di difesa e che ha affrontato l’invasione dei briganti (1862), piaga sociale del  Sud, dopo l’unità d’Italia. Questa comunità che, a fine secolo, ha mosso i primi passi per ottenere una propria autonomia. Il prof. Speziale ha ripercorso l’iter dei crispianesi per ottenere la sospirata autonomia. Pasquale Mancini, Francesco Ricci, Giovanni Casavola, Vito Modesto Greco e altri galantuomini, già il 29 febbraio1882 presentarono una prima istanza, nel rispetto delle condizioni richieste: 4000 abitanti, autonomia economica, distanza da Taranto. Non ci fu alcun riscontro. I “nostri” presentarono una seconda istanza nel 1901, addirittura rivolgendosi al capo di Stato Zanardelli. Si interessò un commissario straordinario, Battistone,  ritenendo giuste le rivendicazioni. Ma la richiesta cadde ancora nel vuoto. Il 25 giugno 1902 fu accordato parere favorevole, e si avviò il procedimento amministrativo, per definire i beni territoriali da assegnare al futuro paese. Il 2 ottobre 1908 Taranto ebbe la planimetria del territorio, ma il Consiglio comunale di Taranto (sindaco Francesco Troilo) impiegò molto tempo per esaminarlo. Finalmente il 5 ottobre1913 la planimetria fu approvata. A Crispiano c’erano segnali di insofferenza tra gli abitanti, per cui fu inviato un sollecito al capo di governo Salandra. Sopraggiunse la prima guerra mondiale, e i problemi erano altri. A fine guerra, però, i nostri illustri antenati riuscirono a far inserire l’argomento “autonomia di Crispiano” nella campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale. Grazie all’on. Grassi e al regio commissario Giovanni Semeraro, si giunse al decreto regio che riconosceva  a Crispiano la sua autonomia: 14 novembre 1919 . Nel 1920 prime libere elezioni, primo sindaco Pasquale Mancini. Da questo momento Crispiano cominciò ad autogovernarsi. Il prof. Giorgio Sonnante ha illustrato lo stemma comunale, ottenuto con decreto regio il 25 aprile 1923. Uno stemma che è una sintesi della nostra storia, italiana e locale. Uno scudo dorato, sormontato da una corona d’oro smerlata (simbolo medievale dei Comuni con più di 3000 abitanti). Al centro dello scudo un cavaliere romano ( i Comuni ricadenti nei territori  degli antichi centurioni romani hanno tutti il toponimo con desinenza -ano) su uno sfondo azzurro (il colore dell’Italia) e verde (la macchia mediterranea), sormontato da un lambello d’argento con tre pendenti (simbolo dei cavalieri). Tra i pendenti la croce greca (antica origine greca del terrritorio) e la cozza di s. Giacomo (particolare dello stemma di Taranto, nella cui Chora Crispiano gravitava). Circonda lo scudo un serto, che intreccia un ramo di quercia (simbolo di forza) e un ramo d’alloro (simbolo di gloria). A conclusione il geometra Giovanni Colucci ha illustrato, attraverso foto antiche  e la planimetria del territorio del 1920, la storia e l’evoluzione dell’urbanizzazione di Crispiano.                                                                                Silvia Laddomada